Il padiglione russo e l’eterogenesi dei fini
La Biennale di Venezia al centro degli scontri geopolitici del mondo. Un reportage.
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Tutto può essere arte e alla Biennale di Venezia, la prima e più celebre rassegna d’ arte al mondo, una delle opere più riuscite è stata senz’ altro il discorso inaugurale del presidente Pietrangelo Buttafuoco che ha pronunciato, è il caso di dirlo, parole di fuoco. Con una raffinata arte retorica, è riuscito a difendere l’istituzione da lui presieduta e la scelta di permettere la presenza russa alla Biennale.
Il discorso inaugurale è stato il culmine di una battaglia durata due mesi da quando ai primi di Marzo si è saputo che la Russia avrebbe partecipato alla Biennale di Venezia. La Biennale, la più antica rassegna d’arte del mondo, nasce nel 1895 per iniziativa dell’allora sindaco di Venezia Riccardo Selvatico. I più importanti paesi dell’epoca costruirono dei sontuosi padiglioni al fine di mostrare le opere dei loro artisti. Quello russo è uno dei più antichi, costruito dallo Zar nel 1914. I padiglioni appartengono ai rispettivi paesi che vi allestiscono autonomamente la loro mostra. Tutti i paesi riconosciuti dallo stato italiano possono partecipare.
Ogni Biennale ha poi una mostra generale allestita da un curatore nominato dalla Biennale stessa. Quest’ anno è Koyo Kouoh curatrice africana malauguratamente defunta alcuni mesi prima della mostra che verrà comunque realizzata secondo i suoi piani dai suoi assistenti. All’ultima Biennale del 2024, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia aveva optato di prestare il padiglione alla Bolivia ma quest'anno ha deciso di partecipare.
Da quel momento Pietrangelo Buttafuoco, vulcanico scrittore siciliano, con grande coraggio ha dovuto resistere a fortissime pressioni che lo volevano impedire da parte anche dello stesso governo Meloni che lo aveva nominato. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina viene alimentato in Europa un boicottaggio di tutto quanto sia legato culturalmente alla Russia. In Ucraina smantellano le statue di Pushkin ma anche in Europa non sono da meno, sono arrivati a boicottare conferenze su Dostoevskij e Cechov, ai più celebri musicisti russi s’ impedisce di suonare e recentemente si è arrivati addirittura a boicottare le collaborazioni con l’Ermitage, uno dei musei più importanti al mondo al pari del Louvre.
Il presidente Pietrangelo Buttafuoco, durante il discorso di apertura. © M. Manera.
L’ epicentro della russofobia sta alla commissione europea di Ursula von der Leyen che ha subito chiesto chiarimenti minacciando di togliere un finanziamento di due milioni di Euro alla Biennale di Venezia accusata di offrire un palcoscenico alla propaganda Russa. Hanno addirittura inviato una lettera di proteste intestata anche alla curatrice non curandosi che fosse già morta da mesi, un capolavoro d’ incompetenza burocratica. Alla burocrazia di Bruxelles Buttafuoco ha rivolto nel suo discorso parole incandescenti -“La nostra società europea nata dallo spirito dell’illuminismo e dell’aspirazione alla libertà è diventata un laboratorio di ottusa censura”.
E poi con abile retorica degna di Shakespeare ha utilizzato le parole del presidente italiano Mattarella, noto per paragonare spesso Putin a Hitler e contrario all' apertura del padiglione russo, girandole a suo favore, “Il presidente della repubblica cui tutti devono rispetto ha detto: “L’arte deve essere libera e audace” - e io accolgo il suo invito: la Biennale sarà libera e audace”. Gran parte della stampa italiana e europea ha fatto da grancassa agli attacchi a Buttafuoco. Sono arrivate le proteste di alcuni paesi in primis dei baltici, particolarmente ostili alla Russia, capeggiati dalla commissaria europea agli esteri, l’estone Kaia Kallas. Entrando nella polemica Il filosofo Massimo Cacciari ex sindaco di Venezia ha tuonato- “la lettera di ricatto della Eu è una vergogna! Si accanisce solo nei confronti della Russia mentre non si esprime su Israele. Quella della Eu è una posizione retrograda, insostenibile. Un atteggiamento da prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss e Richard Wagner. L’ arte sotto i talloni dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile.”
Un oumo coraggioso
Buttafuoco ha avuto il coraggio di resistere argomentando che la Biennale è un pò come l’Onu, un prezioso luogo d’ incontro tra le nazioni, al di là dei conflitti. La cultura, l’arte devono stare al di là delle guerre e della politica. “Non siamo un tribunale internazionale se dovessimo ammettere solo i paesi che rispettano i criteri di democrazia e diritti umani-, parafrasando la famosa frase di Orson Welles nel celebre film “Il terzo Uomo” - potremmo forse ammettere solo la Svizzera e avremo una Biennale di soli orologi a cucù”.
Di fronte alla caparbietà dello scrittore siciliano è intervenuto a quel punto anche il governo italiano di Giorgia Meloni, fin dall’ inizio del suo mandato perfettamente allineata all’ impostazione anti-russa della commissione europea, e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha mandato gli ispettori negli uffici di Venezia della Biennale per scovare delle irregolarità che permettessero di bloccare il siciliano ribelle.
Il padiglione russo era sorvegliato con estrema attenzione. © M. Manera.
Vi sono infatti delle sanzioni alla Russia che consentono ancora all’ Europa di comprare gas liquido russo per decine di miliardi, ma impediscono il minimo rapporto d’affari di qualsiasi ente o cittadino europeo con la Russia. Ma consci di questo, la commissaria del padiglione russo Anastasia Karneeva, ha fatto in modo che il padiglione fosse aperto per gli invitati solo durante i giorni dell’inaugurazione mentre per tutta la durata della Biennale rimarrà chiuso. Per aprire al pubblico pagante sarebbe stato infatti necessaria una pratica burocratica e uno scambio commerciale, anche minimo, con un architetto o geometra italiani. Durante tutta la Biennale fino a Novembre il padiglione si potrà vedere solo da fuori con dei video in proiezione continua delle performance degli artisti succedutisi durante l’inaugurazione. Quindi le sanzioni non verranno violate.
L ultimo clamoroso colpo di scena è venuto dalla giuria nominata dalla curatrice Koyo Kouoh che avrebbe dovuto assegnare i premi. I giurati hanno dichiarato di voler escludere dalla competizione qualsiasi paese che avesse problemi con il tribunale internazionale dell’Onu. Sia Putin che Netanyahu sono incriminati dal tribunale internazionale dell’Aia. I russi non hanno fiatato ma si è avuta immediata la reazione di Israele che ha minacciato di adire a vie legali se venisse esclusa dalla competizione, accusando i giurati di discriminazione antisemita. Di fronte a questa minaccia la giuria si è dimessa in blocco. Buttafuoco non si è dato per vinto e con abile improvvisazione ha risolto il problema stabilendo che i premi non saranno più dati da una giuria di “esperti” ma, in modo più democratico, tutti i visitatori potranno votare durante la visita il padiglione preferito e i premi verranno consegnati a Novembre, alla fine della mostra.
Installazione nel padiglione russo. © M. Manera.
Il crescendo di appelli, petizioni, proteste e minacce non ha fatto altro che, in una paradossale eterogenesi dei fini, decretare il trionfo mediatico del padiglione russo. Un clamoroso boomerang per la Commissione Europea simile agli ormai innumerevoli pacchetti di sanzioni contro la Russia che danneggiano maggiormente i sanzionatori del sanzionato.
Il clamore sulla Russia ha surclassato ogni commento di critica d’arte sulla Biennale. A questo ha dato il suo contributo, il giorno dell’inaugurazione, anche la curatrice del padiglione inglese situato a poche decine di metri da quello russo che, nel suo discorso inaugurale, invece di parlare dei suoi artisti ha dato sfogo all’ ancestrale russofobia britannica scatenandosi in un’invettiva contro il padiglione russo e l'imperialismo russo.
Infine a completare l‘opera sono giunti gli oppositori di mestiere del regime di Putin, i gruppi Femen e Pussy Riot che hanno inscenato un “happening” colorato davanti al padiglione nel momento in cui lo visitava l’ambasciatore russo in Italia, Alexey Vladimirovich Paramonov. Tutti sapevano l’orario della protesta che aveva qualcosa di rituale. Le Femen a seno nudo e le Pussy Riot con la balaclava rosa sono apparse gridando slogan anti Putin e hanno sprigionato del fumo viola e giallo- blu come la bandiera ucraina all'ingresso del padiglione russo che alcuni poliziotti italiani calmi e rilassati hanno temporaneamente chiuso, facendo uscire l’ambasciatore Paramonov da una porta laterale.
Il "happening" di Pussy Riot. © M. Manera.
Sembrava una recita, gli artisti russi sorridevano per nulla impauriti. Interessante però il contrasto con il tema idillico del padiglione russo costituito da un grande omaggio floreale, un albero di fiori che si innalza sino al soffitto e che riprende una celebre frase della filosofa francese Simone Weil, “gli alberi hanno radici nel cielo”. Un invito alla spiritualità che dall’ alto si diffonde sull’ umanità tramite i riti e le tradizioni ancestrali dei popoli. Simone Weil dopo un inizio marxista ebbe un’illuminazione e conversione mistica ritornando alla fede religiosa e rifiutando il riduzionismo del materialismo storico.
Il padiglione nei primi giorni ha ospitato musicisti delle steppe russe legati alla tradizioni popolari e canti di sciamani siberiani che hanno le radici nel cielo, come la spiritualità invocata dal pensiero di S. Weil. Il contrasto con le Pussy Riot all’ esterno con le loro balaclava su cui capeggia con intento sacrilego la croce cristiana e le Femen a seno nudo pronte a usare in modo dissacrante il corpo femminile ha provocato una performance spontanea di grande suggestione.
Il padiglione dei nudi
Lo spirito dissacratore e la tendenza parossistica a "épater le bourgeois” delle Femen è ripreso nell’opera del padiglione austriaco inondato di feci e urine dove Florentina Holzinger offre i corpi nudi di alcune modelle al gusto voyeuristico e sadistico del pubblico della Biennale. Vi è anche una modella nuda a testa in giù abusata come oggetto per far risuonare all'interno un’enorme campana di bronzo. Forse un riferimento alla Russia di Ivan il terribile che si narra usasse condannare a un supplizio simile i condannati. Davanti al padiglione vi era una coda chilometrica di gente volta a soddisfare i suoi istinti più oscuri, come quando nel medioevo la gente accorreva ad assistere ai supplizi dei condannati.
Il padiglione austriaco. © M. Manera.
Pare che l’operazione sia costata almeno seicentomila euro, un rappresentante del padiglione brasiliano alternativo ambula lì vicino con un coperchio di un wc in testa su cui era scritto “Now every shit is art” e riusciva a trasmettere lo stesso messaggio della performer austriaca con una spesa infinitamente più modesta.
"Alternativ walking" brasiliano. © M. Manera.
Il campo di battaglia geopolitica in cui si è trasformata la Biennale ha avuto il suo apice l’ 8 maggio con lo sciopero dei lavoratori della Biennale in solidarietà alla Palestina che ha causato la chiusura di molti padiglioni.
L’esposizione è stata per l’occasione disseminata di manifesti pro-Palestina. Davanti all’ ingresso si è formato un grande un corteo pro-Palestina a cui hanno aderito anche molti cittadini veneziani. La causa palestinese è infatti molto più popolare in Italia di quella ucraina. Del resto tra Russia e Ucraina si confrontano due eserciti mentre in Medio Oriente si confrontano l’Idf,
l’esercito israeliano, e un popolo, quello palestinese, praticamente inerme. I manifestanti hanno cercato di forzare l’ingresso e di avvicinarsi al padiglione israeliano venendo alle mani con i poliziotti, un'impresa impossibile essendo stato spostato in un angolo ben protetto all’ interno del castello dell’arsenale.
Il manifesto pro-Palestina. © M. Manera.
La tempesta geopolitica ha, alla fine, dato ragione a Buttafuoco visto che la Biennale durante la sua storia, non ha mai avuto nei primi giorni della mostra una tale eco mediatica e una tale affluenza di giornalisti e pubblico.
La Biennale di Venezia si è aperta al pubblico, il 9 maggio, il giorno stesso della grande parata della vittoria a Mosca e sembra che il messaggio pacificatore e di apertura di Buttafuoco sia giunto fino al Cremlino. Putin ha improvvisamente dichiarato di essere pronto a incontrare Zelensky anche fuori dalla Russia e che la guerra finirà a breve, dando ragione così a Buttafuoco che alla fine del suo discorso inaugurale aveva modificato la celebre frase latina ammonendo “si vis pacem para pacem”….♦